Nell’endurance la pelle è un pezzo di attrezzatura
Su ottanta chilometri conta anche quello che sfrega. Dove lavorano sella, sottopancia e testiera, come si raffredda davvero e cosa si controlla dopo la gara.
In un percorso di salto si va in sella per minuti, nel rettangolo di dressage per secondi, nell’endurance per ore. Questo sposta tutto. Una piega nel sottosella che su un giro non noterebbe nessuno, dopo ottanta chilometri è una zona senza pelo, e una zona senza pelo può chiudere una gara. In questa disciplina la pelle non è un tema estetico. È un pezzo che tiene o non tiene.
Nessuno viene eliminato perché il cavallo sembrava opaco. Si viene eliminati perché qualcosa ha sfregato.
Zona del sottopancia e zona della sella, per ore
I punti che nell’endurance creano guai sono noti: la zona del sottopancia dietro il gomito, i bordi dei cuscini della sella, l’area sotto il pettorale. Decisivo non è se lì sfrega una volta, ma quante volte. Su ottanta chilometri un cavallo compie, a seconda dell’andatura, qualche decina di migliaia di passi, e in ognuno la pelle viene tirata contro il materiale.
- Prima di sellare, la mano sulla zona del sottopancia e sul dorso: via sabbia, granelli e peli incollati.
- Tenere puliti sottopancia e sottosella, il sudore secco di ieri è carta abrasiva.
- Tirare il sottosella nel canale senza pieghe, prima di ogni salita in sella.
- A ogni controllo, tastare di nuovo dove appoggia il materiale.
Sudore e sale trasformano l’attrito in un problema
Il sudore del cavallo contiene molto sale. Se asciuga nel pelo lascia cristalli, e quelli sotto qualsiasi cinghia lavorano come carta vetrata fine. Ci si aggiunge la polvere del percorso. Per questo nell’endurance non si raffredda soltanto, si lava: acqua sui punti dove appoggia il materiale, poi raschiare, e nel tratto successivo il sottopancia appoggia sulla pelle invece che su uno strato di sale.
Raffreddare al controllo, dal basso verso l’alto
Al controllo conta il tempo, perché il battito deve scendere sotto un limite stabilito prima che il cavallo venga presentato. Si raffredda quindi in fretta e in un ordine fisso: prima gambe e lato inferiore del collo, poi il petto, poi le grandi masse muscolari. Lavorare dal basso verso l’alto dà al cavallo il tempo di adattarsi all’acqua fredda, invece di ricevere un secchio sulla groppa che sta lavorando.
Il secondo principio si chiama raschiare. L’acqua che resta sul pelo si scalda e poi isola. Quindi acqua, via con il raschietto, acqua di nuovo, finché quella che viene via resta fresca. E nel frattempo restare in movimento: un cavallo che viene condotto a mano si raffredda meglio di uno che sta fermo.
Testiera, protezioni e il controllo dopo la gara
In testa sfregano i bordi della capezzina, i montanti e tutto ciò che è affibbiato troppo stretto. Le protezioni alle gambe sono il secondo cantiere permanente, perché raccolgono sabbia, e sabbia sotto il neoprene per ore è uno sfregamento garantito. Molti cavalieri di endurance scelgono quindi di farne a meno, oppure le togliono a ogni controllo e le sciacquano. Dopo la gara si tasta tutto con calma: zona del sottopancia, dietro il gomito, zona della sella, testa, gambe, una volta con la mano piatta e una volta con lo sguardo.
Un cavallo da endurance non arriva perché resiste. Arriva perché qualcuno ha preso sul serio ogni cinghia.
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